Q&A: Le Zone Economiche Speciali (ZES)

contrada olivola zes
(in foto la zona industriale di Contrada Olivola di Benevento che insieme all’area Asi di Ponte Valentino rappresentano le prime ZES del Sannio)

Il legislatore, con la Legge di stabilità (l. 232/2016), è intervenuto istituendo le Zone Economiche Speciali al fine di favorire gli investimenti nel Meridione, in particolare, le strutture produttive ubicate nelle zone meno sviluppate e in transizione, delle regioni Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna.
La normativa in parola, per stimolare lo sviluppo di imprese già esistenti e la creazione di nuove, ha concesso benefici fiscali e previsto semplificazioni amministrative, dirette a realizzare favorevoli condizioni economiche per le imprese.
Nell’Unione europea sono operative, da diverso tempo, ben 91 zone economiche speciali tra le più importanti si segnalano:
• Madeira (Portogallo) presente sin dal 1980;
• Shannon (Irlanda) realizzata nel 1959.
La creazione delle Zes costituisce, non solo per il Sannio, ma per l’intero Meridione un’occasione, quasi unica, per rilanciare l’economia attraverso l’attrazione di investimenti esteri, l’incremento delle esportazioni, la crescita industriale, la creazione di nuove imprese e, quindi, di nuovi posti di lavoro.
Analizziamo le ZES attraverso un breve Questions&Answers.

DOMANDE E RISPOSTE

D.1. COS’È LA ZONA ECONOMICA SPECIALE?
R.1. La Zona Economica Speciale, come definita dall’art. 4, co. 2, del D.L. n. 91/2017, è un’area geograficamente delimitata e identificata, situata entro i confini dello Stato, dove le imprese che vi operano godono di un regime speciale, in deroga a quello ordinario, caratterizzato da incentivi fiscali, agevolazioni e semplificazioni burocratiche.
Le Zes, ai sensi dell’art. 3 del D.P.C.M. 12 del 2018, possono essere costituite anche da aree non territorialmente adiacenti purché siano dotate di un nesso economico funzionale comprendente un’Area portuale. Quest’ultima deve essere collegata alla rete transeuropea dei trasporti (TEN-T) con le caratteristiche determinate dal regolamento (UE) n. 1315/2013.
In linea generale, la normativa europea obbliga gli Stati membri a garantire che i porti marittimi siano, adeguatamente, connessi con linee ferroviarie o strade, che i porti destinati al traffico delle merci applichino tariffe trasparenti e siano accessibili agli utenti in modo non discriminatorio.
In particolare, il regolamento richiede che le predette aeree portuali dispongano di attrezzature atte a garantire l’operatività degli strumenti di controllo del traffico marittimo previsti a livello europeo e, soprattutto, che abbiano realizzato almeno un volume totale annuo:
• di carico merci, sia sfuse che non, superiore allo 0,1% del volume annuo del carico merci all’interno dell’Unione;
• di traffico passeggeri superiore allo 0,1% del volume annuo di tutti i porti marittimi dell’Unione.
In definitiva, secondo le intenzioni del legislatore italiano, co. 2 art. 3 del predetto D.P.C.M., la Zes sarà costituita da territori quali porti, aree retroportuali, anche di carattere produttivo e aeroportuale, piattaforme logistiche e interporti, con esclusione delle zone residenziali

D.2. QUALI SONO LE TIPOLOGIE DI ZES PREVISTE?
R.2. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) individua diversi tipi di zone economiche speciali:
• zone di libero scambio (free trade zone – FTZ), presso i porti e gli aeroporti, che rappresentano aree delimitate esenti da dazi, parzialmente o totalmente, all’import o all’export per determinati beni;
• zone industriali di esportazione (export processing zone – EPZ), che agevolano la riesportazione dei beni sottoposti a processi di lavorazione da cui deriva un significativo valore aggiunto;
• zone economiche speciali (special economic zones – ZES), costituiscono le classiche Zes, dove sono previsti incentivi, agevolazioni e semplificazioni amministrative alle imprese investitrici;
• zone speciali industriali (special industrial areas – SIA) che limitano le agevolazioni a un settore specifico per il quale costruiscono anche infrastrutture ad hoc;
• zona eco industriale (Eco-Industrial Park – EIP) insieme di imprese manifatturiere e di servizi che, attraverso la gestione del riciclo delle materie prime, acque ed energia, cercano di ottenere uno sviluppo economico e ambientale;
• Parchi industriali (Industrial Park – IP): definiti come aree sviluppate e divisi in lotti sulla base di un piano generale che comprende infrastrutture, trasporti, utilities, con o senza unità produttive, in taluni casi con servizi di uso comune a beneficio delle imprese stabilite.

D.3. QUAL È LA PROCEDURA PER ISTITUIRE UNA ZES?
R.3. L’art. 5 del D.P.C.M. n. 12/2018, dispone che le proposte di istituzione di una Zes devono essere presentate dal presidente della Regione, sentiti i sindaci delle aree interessate, al presidente del Consiglio dei ministri.
Il co. 2 del medesimo decreto, prevede che per l’istituzione di una Zes interregionale è necessaria una proposta congiunta dei Presidenti delle regioni coinvolte. In particolare, secondo l’art. 4 del D.P.C.M., possono costituirsi due tipi di Zes Interregionali:
• la prima si costituisce tra una regione nella quale non sia presente un’Area portuale e un’altra regione in cui sia presente almeno un’Area portuale;
• la seconda viene ad esistenza tra due regioni contigue, nel cui territorio non esiste un’Area portuale, mediante la presentazione di un’istanza in forma associativa, indicando uno o più porti non rientranti nella categoria di Aree portuali.
Le Zes interregionali non possono superare l’area complessiva indicata nell’allegato 1 del predetto decreto.
L’art. 6 del D.C.P.M. citato prevede che la Regione o le Regioni coinvolte devono allegare alla proposta, per l’istituzione di una Zes, un Piano di sviluppo strategico che deve specificare:
• criteri e obiettivi di sviluppo perseguiti con la pianificazione strategica portuale;
• le infrastrutture già esistenti e quelle di collegamento tra aree non territorialmente adiacenti;
• l’impatto sociale ed economico previsto;
• le semplificazioni amministrative destinate alle iniziative imprenditoriali nelle Zone Economiche Speciali.
L’art. 7 del Decreto in parola, attribuisce ad un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri il compito di istituire la Zes e determinarne la durata, che non potrà essere superiore 14 anni né inferiore a 7, termine prorogabile, su richiesta delle Regioni interessate, per ulteriori 7 anni.

D.4. IN CHE MODO LE AGEVOLAZIONI PREVISTE CON LA ZES DEVONO ESSERE COMPATIBILI CON LA NORMATIVA EUROPEA?
R.4. La struttura della Zes deve essere conforme alla normativa europea in materia di aiuti di Stato a finalità regionale per le annualità 2014-2020.
Pertanto, i competenti organi della Commissione Europea verificheranno se la misura di aiuto, predisposta con la Zes, è compatibile con il mercato interno: accertando che l’impatto positivo generato per conseguire un obiettivo di interesse comune superi i potenziali effetti negativi sugli scambi e sulla concorrenza.
In particolare, l’articolo 107 del TFUE, in materia di aiuti di Stato, prevede che sono compatibili con il mercato comune gli aiuti:
• destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita è anormalmente basso o si registra una grave forma di sottoccupazione;
• diretti a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro;
• mirati ad agevolare lo sviluppo di alcune attività o regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse.
Dunque, in conformità alla normativa europea predetta, possono essere concessi due tipi di aiuto:
• investimenti a finalità regionale che variano in base alle dimensioni della società istante (pari al 20% dell’investimento per le piccole imprese, 10% per le medie imprese e tra il 10 e il 25% per le grandi imprese;
• di funzionamento per le PMI in modo da ridurre i costi del personale, della materia prima, dell’energia, della manutenzione, di amministrazione e di affitto.
È opportuno specificare che tali aiuti possono essere concessi solo alle regioni c.d. svantaggiate: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna.

D.5. QUALI SONO I SOGGETTI BENEFICIARI DELLE AGEVOLAZIONI PREVISTE PER LE ZES?
R.5. I benefici sono riconosciuti alle imprese, non in stato di liquidazione o di scioglimento, che:
• investano nelle aree individuate;
• mantengano le attività nella ZES per almeno sette anni successivi al completamento dell’investimento oggetto delle agevolazioni.

D.6. QUALI SONO LE AGEVOLAZIONI PREVISTE PER LE IMPRESE?
R.6. Le imprese, di nuova costituzione o esistenti, italiane o straniere, ai sensi dell’art. 5 del Decreto Legge suindicato, che decideranno di investire nelle zone economiche speciali, potranno usufruire delle seguenti tipologie di agevolazioni:
• credito di imposta “Bonus Sud”: in relazione agli investimenti effettuati nelle ZES, il 2 co. dell’art. 5 del Decreto in esame, riconosce un credito d’imposta proporzionale al valore dei beni strumentali acquisiti (quindi sia in leasing che a titolo di proprietà) entro il 31 Dicembre 2020, fino alla concorrenza massima di 50 milioni di euro per progetto di investimento;
• proroga dell’iper-ammortamento: tale agevolazione, prevista dall’art. 1, co. 9 della Legge di stabilità n. 232/2016, come è noto riconosce una maggiorazione del 150% del costo di acquisizione dei beni funzionali alla trasformazione tecnologica e/o digitale. Le imprese che investiranno nelle Zes potranno applicare la predetta agevolazione agli investimenti effettuati dal 1 gennai fino al 31 dicembre ovvero fino al 31 settembre 2018 subordinato all’accettazione dell’ordine di acquisto da parte del venditore, con pagamento di un acconto pari al 20% del prezzo pattuito;
• semplificazioni amministrative: la c.d. “burocrazia zero” dovrà essere rappresentata, ai sensi di quanto disposto del co. 1, lett. a) del Decreto in parola, “da procedure semplificate, individuate anche a mezzo di protocolli e convenzioni tra le amministrazioni locali e statali interessate, e regimi procedimentali speciali, recanti accelerazione dei termini procedimentali ed adempimenti semplificati rispetto a procedure e regimi previsti dalla normativa regolamentare ordinariamente applicabile”. I criteri e le modalità di tali procedure semplificative dovranno essere individuati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare su proposta del Ministro per la coesione territoriale e il Mezzogiorno, se nominato, previa delibera del Consiglio dei ministri.

Imprenditoria Giovanile: Via a «Resto al Sud» e «Banca delle Terre incolte» per i giovani del Mezzogiorno

«In tre anni puntiamo ad avere centomila giovani che faranno gli imprenditori nelle regioni meridionali». Lo ha detto il ministro per la Coesione territoriale e per il Mezzogiorno, Claudio de Vincenti, in occasione del convegno intitolato “Le nuove opportunità per i giovani”, che si è tenuto a Napoli per presentare e dare l’avvio alle nuove misure di sostegno all’imprenditorialità giovanile “Resto al Sud” e “La Banca delle terre incolte”. «Oggi diamo il via operativo a due misure importanti che abbiamo varato – ha aggiunto il ministro De Vincenti – per aiutare i ragazzi che vogliono fare impresa».

Resto al Sud
Per Resto al Sud, il governo ha stanziato 1,250 miliardi di euro e ne ha affidato la gestione a Invitalia. «Il decreto è stato registrato dalla Corte dei Conti – ha annunciato De Vincenti – pertanto è operativo». Inoltre in occasione dell’incontro partenopeo è stata anche siglata una convenzione tra Invitalia e Abi per rendere possibile il prestito a tasso zero che compone l’agevolazione. Infine, il ministro della Coesione Territoriale ha annunciato che «con un emendamento al decreto legge fiscale è stato precisato che possono fare domanda tutti i giovani che non avevano compiuto 36 anni al 30 giugno, data di avvio della misura».

La Banca delle terre incolte
L’obiettivo è promuovere la valorizzazione e la riqualificazione dei beni non utilizzati nelle regioni del Mezzogiorno. Su queste terre potranno avere sede imprese agricole giovanili che vogliano avviare produzioni di qualità. I terreni abbandonati (e per tali si intendono quelli sui quali non si stata esercitata l’attività agricola negli ultimi dieci anni) se di proprietà pubblica verranno affidati direttamente ai giovani, se di proprietà privata verranno presi in fitto. «I giovani già sono impegnati in imprese agricole di successo. Aziende, di cui tante nel Sud, che sono internazionalizzate, che investono su tecnologia e innovazione – ha commentato il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina –Esistono, insomma, nuovi contesti metropolitani e urbani, in cui lo sviluppo agricolo non è secondario. Vogliamo che si torni a utilizzare le terre pubbliche di qualsiasi proprietà amministrativa pubblica per fare agricoltura».

I sostegni
Il programma “Resto al sud” prevede «un prestito fino a 50.000 euro per ciascun giovane imprenditore – ha spiegato l’ad di Invitalia, Domenico Arcuri – . Si possono mettere insieme fino a 4 giovani e quindi ottenere fino a 200.000 euro». Una parte del sostegno, pari al 35% del costo (totalmente finanziabile) consiste in un contributo a fondo perduto, la rimanente parte pari al 65% consiste in un finanziamento bancario sul quale Invitalia corrisponderà gli interessi. «In altri termini – ha spiegato Arcuri – un giovane a cui vengono assegnati 50.000 euro, ne riceve 15.000 a fondo perduto e 35.000 che restituirà in otto anni a partire dal terzo anno». Il pagamento degli interessi sarà garantito da Invitalia attraverso la Banca del Mezzogiorno. «Non sono finanziabili – ha aggiunto l’ad di Invitalia – spese di progettazione e consulenza. Un giovane che vuole fare attività farà la domanda sulla piattaforma digitale già usata da
Invitalia per altri incentivi, che è trasparente. Promettiamo che nei 60 giorni successivi a quello in cui riceviamo la proposta risponderemo, dicendo se è approvata e finanziata oppure no».

Il contesto
Il Mezzogiorno ha ricominciato a crescere, ma deve ancora fare i conti con un tasso di disoccupazione giovanile al 42,4%. Gli occupati sono aumentati di 101 mila unità, +1,7%, ma persiste il dualismo territoriale, essendo nel Mezzogiorno il tasso d’occupazione ancora lontano oltre 20 punti dalla media europea alla quale, invece, sono vicine le regioni del Centro – Nord (47% nelle regioni meridionali, 69% Centro-Nord). Inoltre, mentre le regioni centro-settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la lunga fase recessiva (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della crisi è ancora pari a 381 mila unità. Così la Campania: il presidentre della Regione, Vincenzo De Luca ha ricordato «La crescita del 2,4% di pil nel 2016, confermata dalle stime per il 2017». Nei primi nove mesi dell’anno in corso Banca d’Italia parla di un aumento della produzione industriale del 6%. De Luca parla di tre miliardi e 600 milioni di euro recuperati dalla Regione e immessi nell’economia; annuncia cantieri che si riaprono e opere pubbliche al via». Frutto – come ha sottolineato anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris – «di un intensa collaborazione istituzionale tra Governo, Regione, Città Metropolitana, Comuni».

Per leggere il Regolamento attuativo – Decreto 9 novembre 2017, n.174 clicca qui

Le domande potranno essere inviate dal 15 gennaio 2018, esclusivamente online, attraverso la piattaforma web di Invitalia.

Internazionalizzazione e PMI: come arrivare preparati all’appuntamento con l’estero

Ma cosa si intende davvero con questo termine e cosa devono fare le aziende che vogliono aprirsi ai mercati esteri e in quali rischi incorrono? Proviamo a scoprirlo in questo articolo parlando di internazionalizzazione a tutto tondo: partendo con la definizione, continuando con i numeri, per poi passare alle recenti iniziative del Governo, a quelle “private” fino ad arrivare ai consigli degli esperti.

I diversi tipi di internazionalizzazione e gli enti a sostegno
Di certo è una parola lunga e non facile da pronunciare, ma parlare di internazionalizzazione vuol dire “aprire un mondo”. Restando nell’ambito di una definizione più generica, con questo termine si indica quel processo di espansione all’estero che va oltre la mera esportazione di uno o più prodotti, ma punta proprio sull’insediarsi, da parte di un’azienda, all’interno di uno o più mercati esteri. Un insediamento che può avvenire in diversi modi: con una “presenza leggera” ossia con negozi, centri di distribuzione, filiali, ecc. o “pesante” con la creazione di centri di assistenza post vendita e stabilimenti produttivi.

Un’azienda che vuole intraprendere una strada simile, può rivolgersi a diversi enti di sostegno in Italia. Tra questi c’è l’ICE, Istituto di Commercio Estero, che dal 2011 è diventata Agenzia per la promozione all’estero e internazionalizzazione delle imprese italiane.

L’ICE ha il compito di agevolare e promuovere i rapporti commerciali ed economici con l’estero e si rivolge in particolare a PMI, consorzi e raggruppamenti. Ci sono poi la SACE, ossia la Sezione Speciale per l’Assicurazione del Credito all’Esportazione e fa parte del Gruppo Depositi e Prestiti e il SIMEST, sempre del Gruppo Depositi e Prestiti, che invece si occupa del sostegno agli investimenti.

Inoltre, sul territorio italiano esistono diverse società che assistono le aziende accompagnandole nell’avvio o nel rafforzamento della loro presenza all’estero. Spesso a occuparsene sono gli export manager, i professionisti del mercato internazionale. Una figura che ha conoscenze di marketing, di tecniche di negoziazione, diritto internazionale, linguistiche e di meccanismi tecnici di esportazione, che permette di ottimizzare tempo e risorse e di ridurre i costi legati all’internazionalizzazione.

Un’Italia che guarda sempre più oltre confine
Il nostro Paese, d’altra parte, strizza sempre più l’occhio all’estero. A dirlo sono i numeri, e in particolare quelli che vengono fuori dall’ultimo rapporto ICE 2016-2017: le esportazioni tra gennaio e aprile di quest’anno sono cresciuta del 6,6%, una conferma del trend avviato l’anno scorso.

Per quanto riguarda il 2016, l’Italia è stato il 9° paese esportatore mondiale, al 6° posto della graduatoria dei saldi attivi commerciali, al 13° per gli afflussi di investimenti esteri, ha quasi 216 mila aziende esportatrici e la stessa Agenzia ICE ha battuto un record per la spesa promozionale: oltre 134 milioni di euro distribuiti su 800 iniziative che hanno coinvolto 17mila imprese.

Le prossime sfide? Ampliare la quota di mercato in Cina e Sud Est Asiatico, sostenere il commercio digitale internazionale con azioni formative, accordi con marketplace glocali e avviare un piano strategico di comunicazione dedicato al Made in Italy.

Un voucher per conquistare l’estero e l’interesse di Google
Il Governo ha di recente istituito i voucher per l’internazionalizzazione. Niente a che vedere con i tanto odiati buoni per svolgere un lavoro a carattere occasionale, si tratta della seconda edizione dell’iniziativa del MSE, Ministero dello Sviluppo Economico, che mette a disposizione delle PMI e delle reti di impresa 26milioni di euro a fondo perduto. Una seconda edizione che, rispetto a quella del 2015, presenta delle novità:

– possono partecipare anche PMI costituite in forma di società di persone
– previsti contributi a fondo perduto di diversa entità, a seconda delle esisgenze di chi fa domanda
– previsto uno stanziamento comunitario per Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Basilicata

Le PMI hanno potuto presentare domanda dalle 10 del 28 novembre fino alle 16 dell’1 dicembre. I voucher saranno assegnati in base all’ordine d’arrivo delle domande e sono destinati a tutte le micro, piccole e medie imprese (con meno di 250 dipendenti) che vogliono guardare ai mercati oltre confine attraverso il cosiddetto Temporary Export Manager che dovrà studiare, progettare e gestire processi e programmi sui mercati esteri.

Le aziende interessate dovranno rivolgersi a una società fornitrice tra quelle già selezionate dal Ministero e il cui elenco sarà pubblicato entro il 20 dicembre. Previsti 2 tipi di agevolazione per le PMI:

– early stage: 13mila complessivi per un progetto semestrale in cui lo Stato dà 10mila euro a fondo perduto mentre i restanti 3mila sono a carico dell’azienda;
– advanced stage: 25mila euro complessivi di cui 15mila da parte dello Stato e 10mila da parte delle aziende per progetti annuali.

Per chi vuole saperne di più, c’è anche un indirizzo email: exportvoucher@mise.gov.it

Quanto al settore privato, Talent Garden, piattaforma per i talenti nel digitale, è entrata a far parte del network internazionale di Google for Entrepreneurs, la divisione che fa connettere imprenditori innovativi con le startup. Il processo di internazionalizzazione si può così sintetizzare: programmi di scambio, formazione e condivisione come Blackbox Connect nella Silicon Valley con incontri con mentorship e investitori. E in più un passaporto speciale che permetterà alle start-up italiane di lavorare insieme ad altre organizzazioni partner nel mondo.

I consigli dell’esperto: bisogna avere il tempo di aspettare i risultati
Ok i voucher, ok le varie iniziative, ma chi vuole puntare sull’internazionalizzazione cosa deve fare? Lo abbiamo chiesto a Debra Storti, 31 anni, titolare della De.Liu Consulting, con sedi ad Ancona e Shanghai, nata nel 2010 per fornire servizi a 360 gradi (prodotto, rapporti con la clientela, logistica, dogana e tanto altro) per le aziende nel settore moda che vogliono esportare il made in Italy in Cina.

Fondamentale è conoscere il Paese e il mercato nel quale ci si vuole espandere:

“Bisogna creare un progetto di espansione sul mercato, adattare i prodotti, dedicare tempo e risorse economiche, non improvvisare e affidarsi a chi conosce il mercato e presidia il territorio“, avverte Debra.

“I cinesi per esempio sono diversi nel modo di fare e nei gusti, serve adattarsi e serve una visione a medio e lungo termine così come destagionalizzare i prodotti e seguire bene gli aspetti culturali e le relazioni che in Cina sono fondamentali; avere una cultura dell’accoglienza e non pensare solo a vendere subito”.

Ci sono casi in cui è sconsigliato il fatto di aprirsi all’estero?

“Se si naviga in cattive acque economicamente, se non si ha il tempo di aspettare i risultati: servono almeno tre anni per avere successo in Cina e stabilizzare il business. Sconsigliabile se non si ha un prodotto adatto. Per le piccole imprese è importante valutare bene le capacità produttive e attivita di promozione da fare e rispettare le tempistiche di consegna”.

Non sono pochi neanche i rischi, precisa ancora la Storti: “Le barriere culturali ci sono e l’azienda italiana si deve adattare per forza, la barriera linguistica si supera affidandosi non a interpreti ma a figure specializzate nel settore. Serve capire e spiegare con un linguaggio tecnico-commerciale. Il rischio più grande è farsi registrare il brand, i domini internet, avere a che fare con prodotti contraffatti e la scarsa preparazione delle risorse umane dei potenziali partner. Per questo è fondamentale il presidio sul territorio, come facciamo con la nostra azienda”.

La Cina d’altra parte, come era già emerso nel rapporto ICE, è di grande interesse per l’Italia: l’export segna un +18% e “i settori più promettenti sono moda e articoli in pelle, interior design e arredo; strumenti musicali; biomedica; agroalimentare sta iniziando e soprattutto da non sottovalutare il turismo”, conclude Debra.

Come dire: per made in Italy e PMI c’è ancora tanto spazio, quel che conta è arrivarci preparati.

Sei già un imprenditore o aspiri ad esserlo? Fai… un Erasmus

E quale migliore opportunità per chi è un giovane imprenditore o aspira ad esserlo che stare fianco a fianco di chi è già affermato e ha una sua azienda? Succede grazie all’Erasmus per giovani imprenditori, un bando europeo che ha come obiettivo quello di rafforzare l’imprenditorialità (iniziare è sempre durissima, specie perché non basta solo l’idea, anzi spesso quella è la minima cosa), sviluppare una mentalità internazionale, la competitività delle PMI e favorire la costruzione di potenziali startup.
Il bando dà ogni anno la possibilità a circa 1300 nuovi imprenditori di passare un periodo di massimo 6 mesi in un’azienda estera – che può anche non essere continuo purché il tutto non duri più di un anno – i quali si dovranno attenere a un programma lavorativo/formativo con compiti, responsabilità, risultati attesi, condizioni finanziarie e rispettare le implicazioni legali dello scambio. L’idea è non solo di favorire la condivisione di informazioni e di esperienze nonché di coltivare il networking, ma anche di individuare potenziali partner e sviluppare magari una rete fatta di nuovi imprenditori, imprenditori ospitanti e organizzazioni intermediarie.

Come funziona? Dovete candidarvi sul sito e allo stesso tempo cercare un’organizzazione intermediaria che vi aiuti nella ricerca della “vostra” azienda estera. Se la candidatura sarà accettata, accederete a una banca dati online dove potrete scegliere 5 tra gli imprenditori che aderiscono al programma. Sarà poi l’organizzazione intermediaria ad aiutarvi a trovare quello adatto a voi per uno scambio davvero proficuo.

Per approfondire clicca qui

Lo Studio rimane a disposizione per assistervi nella redazione del CV e del Business Plan in lingua inglese necessari per la candidatura all’iniziativa

Vuoi avviare un’attività ma non hai garanzie? Per te c’è il Microcredito

C’è chi si è trovato senza un lavoro all’improvviso e, anziché ricevere una liquidazione, ha ottenuto i beni dell’azienda che stava per essere dismessa con i quali ha avviato una sartoria. Chi aveva già una libreria da anni ma aveva bisogno di un finanziamento per portarla avanti e chi, ancora, aveva il sogno di aprire una piadineria, ma non voleva chiedere garanzie ai genitori.

Sono solo alcune delle storie (anzi “microstorie”) che potete vedere sul canale YouTube dell’Ente Nazionale per il Microcredito. Storie che fanno capire come, accanto al credito tradizionale, per chi ha poche garanzie e tanti sogni, c’è la possibilità di avere dei fondi per partire subito, senza troppe complicazioni o richieste e con in più un’assistenza continua.

Ma vediamo insieme di cosa si tratta, come funziona e soprattutto quali opportunità può offrire alle imprese, in particolare a quelle sociali.

Il microcredito: le origini

Quando si parla di microcredito, parola che coniuga bene il greco con il latino, (mikros vuol dire piccolo e credito ha a che fare con credere “dare fiducia”), non si può non fare riferimento a Muhammed Yunus e alla sua Grameen Bank. È ormai storia di come nel 1974, a seguito di una grave carestia che colpì il Bangladesh, Yunus abbia fatto il primo piccolo prestito: 27 dollari a un gruppo di donne che producevano cesti in bambù e che a causa dei loro problemi economici erano costrette a (s)vendere a un prezzo bassissimo.

Quella piccola somma, quel microcredito, per le donne fu un punto di partenza perché riuscirono a ripagare i loro debiti e a fare quello che ognuno dovrebbe fare con una propria attività: dedicarsi al massimo perché possa creare soluzioni, dare servizi e non cercare in ogni momento di risanare i debiti e “rientrare con le spese”. Yunus, a cui si deve la creazione della Grameen Bank e che ricevette il premio Nobel per la Pace nel 2006, ha di recente dichiarato due cose importanti che stanno alla base di chi vuol fare impresa e soprattutto vuol farla in un certo modo: “I giovani devono sapere che ci sono due tipi di business nel mondo. Uno è quello di chi mira a fare soldi e l’altro di chi vuole risolvere i problemi del mondo”. E ancora, in questo mondo in cui spesso quella del lavoro dipendente sembra l’unica soluzione, ha ricordato che “gli esseri umani non sono nati per lavorare per qualcun altro. Per milioni di anni sono stati coltivatori, cacciatori, non mandavano curriculum né si candidavano ad annunci”.

In realtà, parliamo di una idea moderna con radici molto più antiche. Perché per risalire alle vere origini del microcredito occorre tornare al Medioevo italiano e ai Monti di Pietà sino ad arrivare, alla fine del XIX secolo, alle prime Casse Rurali e banche popolari. Nel 1883 Leone Wollemborg fonda a Loreggia la Cassa Cooperativa dei Prestiti, prima di una lunga serie di quelle che diventeranno prima Casse Rurali ed in seguito Banche di Credito Cooperativo.

Come funziona e chi può ottenerlo

Il microcredito in senso stretto si fonda su cinque aspetti che lo rendono differente rispetto al credito tradizionale:

il massimo dell’importo concesso (microcredito produttivo) è di 25mila euro (estendibile a determinate condizioni fino a 35mila euro);
I tassi di interesse sono molti bassi;
Assistenza tecnica costante e monitoraggio delle attività finanziate;
Un buon equilibrio tra chi eroga il prestito e chi lo ottiene;
Per il microcredito sociale, l’obiettivo è quello di ascoltare le esigenze e risolvere i problemi di chi si trova in una situazione economica difficile.

Soffermiamoci su questi ultimi due punti. Chi dunque può ottenere il microcredito? In Italia a regolamentare il tutto è il Decreto MEF del 17 ottobre 2014 n. 176; Disciplina del microcredito, in attuazione dell’articolo 111, comma 5, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385. (14G00184) (GU Serie Generale n.279 del 1-12-2014) entrato in vigore il 16 dicembre 2014. Il Decreto prevede appunto che i microprestiti possano essere dati a:

associazioni o società di persone (di vario tipo come le srls ma anche le cooperative e le imprese sociali) titolari di partita IVA da non più di 5 anni e con massimo 10 dipendenti;
Lavoratori autonomi (professionisti iscritti o non iscritti agli ordini) o imprese individuali, titolari di partita IVA da non più di 5 anni e con massimo cinque dipendenti;
chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica e sociale,

Per i primi due l’importo massimo finanziabile è di 25mila euro, importo che in seguito può arrivare a 35mila euro se il prestito viene frazionato, se l’azienda negli ultimi sei mesi ha rimborsato regolarmente il prestito o se ha raggiunto determinati obiettivi intermedi che erano stati fissati all’inizio con chi concedeva il prestito. Quanto alle persone fisiche in condizioni di povertà, l’importo massimo è di 10mila euro.

Nei primi due casi si parla di microcredito d’impresa e si favorisce il diritto all’iniziativa economica mentre nel secondo caso di parla di microcredito sociale e si cerca di sostenere famiglie in crisi, ma anche di ricordare che è bene si attivino per migliorare la loro situazione perché appunto trattandosi di un prestito, devono restituirlo.

A coordinare tutte le iniziative e a favorire sia la microimprenditorialità che il lavoro autonomo così come a sostenere le famiglie indigenti è, fra gli altri, l’Ente Nazionale per il Microcredito.

Perché è vantaggioso per le imprese…

Se dunque siete tra coloro che credono di avere un progetto valido, che genera utilità per gli altri e ma non avete grandi garanzie da dare, il microcredito è ciò che fa per voi. Quel che conta sono infatti serietà e affidabilità che vi permetteranno di ottenere un prestito che dovrete restituire entro 7 anni.

Inoltre il microcredito vi viene incontro perché, proprio per accettarsi che il finanziamento vada a buon fine ossia che i soldi concessi vengano utilizzati davvero per i progetti che avete messo in campo, fornisce un’assistenza tecnica iniziale e continue attività di monitoraggio.

I soggetti che erogano il prestito in Italia sono infatti “coperti” dal Fondo di Garanzia per il Microcredito, nato nel 2014 e che prevede che chi eroga il credito – banche, ma anche associazioni che collaborano con esse o imprese – debba darvi almeno due di questi servizi:

supportarvi nella definizione della strategia di sviluppo (business plan)
formarvi sulle tecniche di amministrazione o sull’uso di tecnologie avanzate
definire insieme a voi le strategie di marketing
supportarvi per la soluzione di problemi legali, fiscali o amministrativi
individuare le criticità del progetto finanziato

E in tutto questo – lo noterete – c’è una significativa differenza con il credito tradizionale: chi vi presta i soldi è direttamente coinvolto nella realizzazione del vostro progetto.

Potrete impiegare il credito ottenuto per: acquistare beni o servizi legati alla vostra attività come leasing, microleasing finanziario ma anche le spese che sosterrete per le polizze assicurative, retribuire nuovi dipendenti o soci lavoratori, dare spazio alla formazione aziendale e avere così un aggiornamento professionale continuo che, come sappiamo, è fondamentale per la crescita di un’attività.

Ricordiamo che nell’arco di 18 mesi (gennaio 2015-giugno 2016), le Banche di Credito Cooperativo hanno erogato microcrediti per oltre 8 milioni di euro garantiti appunto dal Fondo di Garanzia per le PMI e assistiti dai servizi ausiliari secondo la normativa vigente. A questo proposito Federcasse (la Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali) ha siglato due accordi quadro per l’erogazione di servizi di accompagnamento con lo scopo di supportare l’avvio delle microimprese con l’Ente nazionale per il Microcredito e con il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.

Cosa aspettate, adesso tocca a voi, per ulteriori informazioni contattateci

Fare impresa in Italia: ecco tanti bandi per gli under 35


Per donne e under 35 in tutta Italia


Iniziamo con un bando che ha carattere nazionale e che ha come obiettivo quello di favorire la creazione di micro e piccole imprese, purché siano, appunto, composte da giovani con un’età compresa tra i 18 e i 35 anni o da donne di qualsiasi età. Anche se stando agli ultimi dati pubblicati da Unioncamere, le imprese rosa sono nettamente in crescita: + 10mila nel 2016, rispetto al 2015, il 21,8% del totale delle imprese esistenti nel Paese.

Il finanziamento “Nuove imprese a tasso zero”, di cui potete trovare maggiori informazioni sul sito dell’Agenzia per lo Sviluppo Invitalia, prevede una disponibilità totale di 150 milioni di euro.

“le imprese rosa sono nettamente in crescita: il 21,8% del totale delle imprese esistenti nel Paese”

Nel dettaglio, vengono finanziati a tasso zero progetti di imprese che hanno spese fino a 1,5 milioni di euro e di cui sarà coperto fino al 75% delle spese totali ammissibili, mentre per il 25% restante sarà la nuova impresa a dovere finanziare tramite risorse proprie o finanziamenti bancari.

Quali sono i settori in cui le nuove imprese possono accedere al finanziamento?

produzione di beni nei settori di industria, artigianato e trasformazione prodotti agricoli
servizi alle imprese e persone
commercio di beni e servizi
turismo

Avevate pensato di avviare un’attività, ma non riguarda nessuno di questi settori? Potreste comunque essere ammessi al finanziamento se i vostri progetti hanno una rilevanza per lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile, nella filiera turistico-culturale e riguardano l’innovazione sociale.

Altra cosa da sapere, tutt’altro che irrilevante, è quella che riguarda la restituzione del prestito che, come abbiamo detto, non prevede tassi di interesse.

Il rimborso parte dal momento del completamento del piano degli investimenti, piano che dovete realizzare entro 24 mesi dalla firma del contratto. Quanto al rimborso in sé, la sua durata è di 8 anni e sono previste anche due rate semestrali posticipate.

Questo tipo di finanziamento gode di una convenzione tra ABI, il Ministero dello Sviluppo Economico e Invitalia che hanno dato vita a uno specifico “conto corrente vincolato” sul quale Invitalia accredita le somme riconosciute ai beneficiari degli incentivi “Nuove imprese a tasso zero”. Diversi i vantaggi, tra questi il fatto di alleggerire l’impegno finanziario iniziale e ottenere più rapidamente i finanziamenti assegnati. Capita spesso, infatti, di avere vinto un bando e dovere aspettare anni prima di “vedere i soldi”.

Concludiamo con qualche numero: nel momento in cui scriviamo, sono state finanziate 330 iniziative, per 71 milioni di agevolazioni concesse.


Resto al Sud? Sì e per fare impresa


Vivete al Sud? Probabilmente avete già sentito parlare della misura “Resto al Sud” che ha l’obiettivo di favorire la costruzione di nuove imprese nel Mezzogiorno. Le regioni interessate sono quelle considerate meno sviluppate e in transizione: Calabria, Campania, Abruzzo, Basilicata, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

“giovani imprenditori o aspiranti tali dai 18 ai 35 anni purché siano residenti nelle regioni interessate dal bando”

In questo caso, obiettivo puntato sui giovani imprenditori o aspiranti tali dai 18 ai 35 anni purché siano residenti nelle regioni di cui sopra e non abbiano ricevuto, nei 3 anni precedenti alla presentazione della domanda, altri incentivi all’autoimprenditorialità. Le imprese possono essere già costituite o costituirsi entro 60 giorni da quando si è ricevuto l’ok ai finanziamenti.

Potete ambire ad ottenere questi finanziamenti se la vostra idea di impresa riguarda l’artigianato, l’industria o la fornitura di servizi. Interessante il fatto che il bando pensi anche ai lavoratori della vostra impresa: sarà infatti possibile aderire anche al Programma Garanzia Giovani per reclutarli.

Per il 2017, il programma “Resto al Sud”, prevede risorse pari a 36 milioni di euro, che diventeranno 280 milioni nel 2018. Pertanto, se ancora non siete sicuri della vostra attività, prendetevi questi mesi del 2017 per studiare al meglio il business plan.

Per altre informazioni non esitate a contattarci.